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10/02/14

Sbarco di Anzio: dalla guerra alla musica

 

Per generazioni i Pink Floyd sono stati una presenza costante, passando gli ultimi decenni dalla psichedelia acida di Syd Barret al Rock Progressive più o meno sperimentale, più o meno space, ma sempre di altissimo livello. E, in un certo senso, come la musica attraversa diversi momenti e stati d’animo, questo post lega diversi ambiti in modo inaspettato ed imprevedibile: la Città di Anzio, il sindaco della città, il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, la Seconda Guerra Mondiale, le onde ed Echi lontani….

04/06/12

Surf in piazza ad Anzio



Sabato e domenica 2-3 giugno abbiamo inaugurato la stagione estiva con una manifestazione tutta incentrata sul surf e sugli sport acquatici che si è svolta ad Anzio: “Surfing Anzio”. Diversi surf shop della zona (Drop Zone, Hawaiian Surfing e Godzilla) e varie organizzazioni di surf locali (Green Ocean Surfing, Anzio Surf, Surfer’s Club e East-Bay) hanno partecipato all’evento per promuovere gli sport acquatici (surf, SUP, kite, windsurf) e ovviamente, la passione per il mare e il rispetto dell’ambiente.

05/04/12

Smells like wood spirit....



Alcune tavole le amiamo alla follia e le usiamo fino all’ingiallimento più assoluto, fino a che non assorbano tanta acqua da gocciolare a fine session; altre tavole, presi da un iniziale innamoramento, una volta in acqua si rivelano una delusione tipo wonder-bra; altre ancora le teniamo aspettando il giorno giusto, l’onda giusta, la mareggiata giusta e ingialliscono di tungsteno; tutte però hanno un fattore comune: un qualcuno le ha pensate e realizzate.
E la stessa cosa accadeva nelle Isole Hawaii centinaia di anni fa quando ci si costruiva le tavole dal legno degli alberi koa, ma ci si affidava anche ad abili artigiani affatto economici. Perchè quando un re cavalcava le onde sul suo olo c’era poco da scherzare: decine di chili di robusto legno tropicale sfrecciavano per metri e metri e lo shape era tutto già allora.
E proprio di tavole di legno si parla…. Della sorprendente giornata passata seguendo passo passo la creazione di un’alaia. Come sempre dietro ogni cosa si nasconde della poesia, bisogna solo osservare con curiosità. 

16/06/11

Due appuntamenti di surf e divertimento con ANZIO-SURF


Anzio-Surf ha deciso di festeggiare l'inizio della stagione estiva e il proprio 5° anniversario con 2 eventi di puro surf e divertimento e noi di GreenOceanSurfing saremo più che lieti di esserci!!!!

PINK SURF (CORSI GRATUITI PER RAGAZZE)
> 26 Giugno 2011 - Oasi di Ponente (Anzio)  
 
 
Sempre più ragazze vogliono conoscere il mondo del surf e cosi anche quest'anno Anzio Surf presenta Pink Surf. Dopo il successo degli ultimi anni, il surf al femminile torna ad Anzio con i CORSI GRATUITI PER TUTTE LE RAGAZZE dai 5 ai 101 anni!

L’Associazione Anzio Surf farà divertire le molte ragazze che verranno a provare l’emozione di cavalcare un’onda. Ad accoglierle ci saranno tutti gli istruttori capitanati da Andrea Bonfili, allenatore della Nazionale Italiana di surf e che quest’anno è rientrato nella team degli istruttori di Anzio Surf. Con lui Federico Vanno, atleta di spicco del panorama surfistico italiano ed Elena Bertolini, anche lei professionista che partecipa da anni al Campionato Italiano con ottimi risultati.
Inoltre, novità per il 2011, Anzio Surf entra anche nel mondo SUP (Stand Up Paddling) assieme a Bruno Pepe, presente alla manifestazione proprio per far conoscere questo sport che sta spopolando sulle spiagge di tutto il mondo.

Nel pomeriggio saranno presenti gli staff di Hawaiian Surfing, Drop Zone e Surf House a cui potrete chiedere tutte le info su tavole, materiali, attrezzature ecc. Poi, dalle ore 16,30, si terrà la consueta gara di “paddling”, ossia una gara di remata sulla tavola e, alla prima classificata, Anzio Surf regalerà un intero corso della durata di un mese da svolgere in uno dei 4 school-spot a scelta tra: Oasi di Ponente ad Anzio, La Conchiglia e l’Atollo a Lavinio e Vittoria a Nettunio.

Ragazzi e soprattutto ragazze… siete tutti invitati a partecipare e a divertirvi con noi… gli ingredienti ci sono tutti per passare una bella giornata ricca di sole e di surf, mancate solo voi.. e allora: BUTTATATEVI CON NOI!


PROGRAMMA DEL “PINK SURF”:

- Ore 11,00 ritrovo presso lo stand ANZIO-SURF
- Ore 12,00 inizio lezioni dimostrative surf con prove in acqua (1^ parte)
- Ore 14,30 lezioni teoriche e pratiche di SURF con gli istruttori federali di Anzio Surf
  (le lezioni proseguiranno per tutto il pomeriggio)
- Ore 16,00 Gara di Paddling per tutti le partecipanti con in palio un corso della durata di un mese.


BIG PARTY (UN MARTEDI' DA LEONI)
> 28 Giugno 2011 - dalle 20 a notte fonda / Maraschino Beach (Anzio)  
 

Ebbene sì, avete letto bene: un MARTEDI’ da LEONI! Sì perché la data di martedi 28 giugno ve la dovete tenere bene a mente!!
Infatti, per festeggiare i suoi 5 anni di attività, Anzio Surf torna a organizzare un evento serale e lo fa in grande stile con una festa sulla spiaggia al MARASCHINO BEACH di Anzio, accanto al Tirrena.
Siete tutti invitati, ingresso free, dalle ore 20 fino a tarda notte… per una serata che dovrà essere indimenticabile.

Cominceremo poco prima del tramonto con l’aperitivo accompagnato dalla musica di VANESSA LAINO. Poi, con il calare della notte, arriveranno EE-SMA & FABIO SERRAO che trasformeranno la spiaggia in una discoteca a cielo aperto in un dj-set house che suoneranno back-to-back.

La serata sarà supportata dal brand Oakley che esporrà la nuova collezione sunglasses 2011 e metterà in palio 2 paia di occhiali estratti nel corso della serata.
E ancora, dimostrazioni di body-painting, info point Anzio Surf il tutto gustando una birra fresca o un fantastico cocktail di Gianluca e Leonardo di KITSCH.N (DEAP > next opening / @ Borgo Medievale) che hanno collaborato al massimo con Anzio Surf per l’organizzazione di questa festa.

A questo punto non resta che fare il conto alla rovescia e iniziare l’estate con l’evento dell’estate! Vi aspettiamo tutti … HANG FIVE!


NOI CI SAREMO E TU NON PUOI MANCARE!!!!
 www.greenoceansurfing.com

25/05/11

Mondiali surf junior in Perù!!!!

Dal 21 al 29 maggio la Nazionale Italiana Junior
sarà impegnata nella più importante competizione amatoriale mondiale nelle acque del Perù
dove le più forti nazioni saranno presenti per contendersi l'ambito titolo
mentre per i giovani surfisti sarà questo un importante trampolino di lancio per la loro futura carriera
basti pensare a nomi del calibro di Jeremy Flores , C.J.Hoobgood e Jordy Smith
che in passato sono riusciti a vincere questo torneo.


La nostra Squadra sarà rappresentata solo da 3 atleti
nella cat under 18 unico nostro alfiere sarà Roberto D'Amico
nella cat under 16 invece saremo rappresentati da Leonardo Fioravanti e Joao Marco Maffini
il livello degli atleti fatta eccezione per alcune nazioni
è decisamente alla nostra portata e sono sicuro che il risultato individuale sarà buono
nonostante la nostra squadra si sia presentata con un team incompleto
che comporterà una bassa posizione nella classifica finale.
Ma poco importa
quello che veramente conta in questi casi è partecipare,
avere la possibilità di rappresentare il proprio paese
e surfare con quelli che saranno i professionisti del domani
come il californiano Luke Davis, l'hawaiiano Ian Gentil o l'australiano Mitchell Parkinson
nomi che molto presto sentirete spesso.


Se vorrete ogni giorno dalle 15:00 alle 23:00, ora Italiana,
potrete seguire in diretta tutto l'evento on line su www.isawjsc.com/category/live
e perchè no anche incoraggiare i nostri atleti mandando loro un messaggio
buon divertimento !!!!

andrea_greenoceansurfing

12/01/11

Acoustic Surf



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Apparso sul sito della Patagonia nel Settembre del 2010, questo articolo dovevamo assolutamente tradurlo e proporvelo.... non che si debba iniziare tutti a surfare senza pinne, ma anche solo fermarsi un momento per andare oltre la manovra, tornando alla vera essenza del surf: SCIVOLARE sull'onda....
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Il concetto di surfare finless esiste sin dagli albori dello sport stesso.



Scattata alla fine del 19° secolo, quando gli occidentali erano quasi riusciti a schiacciare il ‘dissoluto’ atto di surfare, questa foto rappresenta uno degli ultimi alaia surfers, ovviamente prima del suo recente ritorno in auge.    
Questa immagine icona, in mostra al Bishop Museum hawaiano, rappresentante un ‘nativo’, lo sguardo rivolto alla line-up di Waikiki, con Diamond Head incombente sullo sfondo, mentre tiene una tavola alaia senza pinne dietro di lui, è ormai parte integrante della storia della fotografia del surf, alla stregua dei drop di Greg Noll a Waimea, dei cutback di Tom Carroll a Pipeline o della ‘Millennium Wave’ di Laird Hamilton.     
Gli occidentali hanno “scoperto” e iniziato a praticare lo sport del surf agli inizi del 20° secolo, utilizzando un’attrezzatura senza pinne, visto che non vi era alcuna alternativa.  
Ma nel 1935, un ragazzo del New Jersey chiamato Tom Blake ha rivoluzionato il mondo del surf. Nonostante si possano attribuire a Blake una formidabile quantità di innovazioni, quella per la quale è indubbiamente maggiormente ricordato è di aver recuperato una deriva in legno di un piede di lunghezza da una barca e di averla attaccata al tail della sua tavola cava in legno. Questo momento storico ha cambiato per sempre il concetto del surf. Ora si potevano fare curve più strette e disegnare linee più radicali; la tavola non scarrocciava più nei momenti meno opportuni. In effetti, ha segnato la nascita di un nuovo sport.      
Bob Simmons ha applicato una seconda pinna e Simon Anderson una terza, creando il thruster che è ormai onnipresente. 

Tom Blake – padre e fondatore del finned surfing

E’ innegabile che l’aggiunta delle pinne alle tavole da surf abbia notevolmente influenzato questo sport. I surfisti ora possono fare manovre da togliere il fiato, surfare in tubi profondi e su onde enormi con pareti incredibilmente ripide, mantenendo comunque il trim e la stabilità della tavola, allargando in maniera esponenziale il potenziale del surf. Ma in un certo senso la creazione determinante di Blake ha segnato la fine del surf nella sua forma più essenziale.       
Recentemente però, stiamo vedendo un crescente, rinnovato interesse per questi modelli più antiquati. Alcuni dicono che il surf abbia imparato a correre prima ancora di imparare a camminare, scartando come obsoleti principi di design prima ancora che potessero essere propriamente esplorati. Attualmente sui nostri surf spot si vedono una serie di tavole meno convenzionali, principalmente i cosiddetti fish ‘retro’ anni ’70.           
Molti amanti del surf moderno rifuggono la rinascita di questa tendenza, affermando che se non ha funzionato ai tempi, non funzionerà neanche adesso.  
Ma con i progressi fatti nel design delle tavole moderne, in termini di materiali, di progettazione dei rail e delle tavole, di progettazione e posizionamento delle pinne, queste concezioni non sono mere rivisitazioni nostalgiche, ma alternative altamente possibili e applicabili anche alle shortboard moderne.      
Negli ultimi dieci anni, questa attività di esplorazione e re-interpretazione delle innovazioni passate ha scavato sempre di più nei meandri del surf antico.
Il surfista/shaper Tom Wegener, impegnato da tempo a fare tavole in balsa e paulownia  con shape più moderni, ha voluto andare oltre, semplificando, in un certo senso, le sue tavole per scoprire la vera essenza dell’esperienza del surf nella sua forma più naturale.     


Un amico di Tom, lo shaper di Valla Surfboards Paul Joske, ispirato da Tom ‘Pahaku’ Stone dell’Università delle Hawaii, che aveva meticolosamente riprodotto alcune tavole storiche, dopo una visita al Bishop Museum poco prima del nuovo millennio iniziò a sperimentare con tavole senza pinne ‘hot curl’ e ‘kekoa’, ottenendo diversi gradi di successo. Joske ha poi passato il testimone al figlio Sage, che, con Derek Hynd, ha surfato onde double overhead a Bells Beach, sulla costa sud australiana, con una tavola senza pinne che aveva chiamato Kumu, ‘maestro’ in hawaiano.           
Ispirato dalla sua collaborazione con i Joske, Wegener visitò lui stesso il Bishop Museum, dove si possono ammirare alcune delle tavole da surf più antiche del pianeta. Lo scopo della visita di Wegener era la olo, la tavola originale dei re. Spessa, pesante, lunga e drasticamente convessa sopra e sotto, la olo era la tavola riservata esclusivamente ai reali, i migliori e più abili early surfers. Ma ciò che scoprì accidentalmente avrebbe fatto a pezzi anche il suo concetto di surf moderno.  
“Il concetto di tavola finless mi è venuto guardando le tavole al Bishop Museum. Ai tempi facevo malibu con pinne ma non avevo ancora la concezione di fare tavole senza pinne.”   
“Quando sono arrivato al museo, ero pronto a shapare una olo, e l’ho fatto, ma quello che mi ha colpito profondamente erano le tavole alaia. Mi sono detto ‘Santo cielo! C’è qualcosa di incredibile che non riesco nemmeno a comprendere, ma chiaramente queste tavole da surf sono molto speciali e noi non le conosciamo affatto’”. 
Durante i due anni successivi, Wegener lavorò per creare e rifinire tavole alaia – per quanto ne sapeva lui, era il primo nel mondo del surf contemporaneo a intraprendere questa impresa. I suoi primi tentativi erano abbastanza soddisfacenti, ma c’erano ancora una marea di elementi del design che aveva tralasciato o che doveva ancora riscoprire.         
“La prima tavola andava benino, ma noi pensavamo che andasse alla grande visto che era la prima.  Ma poi abbiamo realizzato che scarrocciava sempre lateralmente su onde ripide.”
Questo diede il via ad un processo di sperimentazione e miglioramenti che portò, facendo diversi passi avanti, alla realizzazione di una funzionante e, infine, autentica tavola alaia. Furono arrotondati i rail, a svantaggio del design, venne reso il bottom convesso, di nuovo riducendo la manovrabilità della tavola, e vennero introdotti rail paralleli, poi entrarono in gioco diversi tipi di tail ed alla fine Wegener ebbe un’illuminazione. Un bottom convesso dava alla tavola una maggiore stabilità ed una capacità di tenere la parete molto maggiore. Ma questo, nonostante la rendesse più gestibile, andava contro molti dei principi alla base della sensazione quasi irreale che si prova nel surfare con una alaia, scivolando lateralmente piuttosto che rimanendo attaccati alla parete. Solo dopo che Wegener osservò più attentamente l’immagine originale del surfista a Waikiki vennero sviluppate le tavole concave.  
Questo dava al surfista un controllo molto maggiore, permettendogli (o –le) di recuperare il trim dopo una scivolata laterale, aprendo la mente di Wegener sul vero potenziale che le tavole recentemente riscoperte potevano avere.  

Un appassionato delle alaia, Sage Joske.
Il lavoro di Wegener aprì la strada ad altri appassionati. Alcuni erano inizialmente suoi protetti che seguirono le sue orme verso il finless surfing. Altri, come Sage Joske, si ispiravano al lavoro di Tom, cominciando un proprio percorso di sperimentazione con le alaia. 
“Per me, personalmente,” dice Sage, “l’unico motivo per il quale creo le alaia è semplicemente vivere quella parte della nostra storia, provare qualcosa di simile a quello che provavano gli hawaiani, provare sulle onde una sensazione analoga alla loro”.     
Di nuovo, in base agli artefatti contenuti negli archivi del Bishop Museum e avendo surfato per diversi anni con altri tipi di attrezzature storiche, Sage, più che essere interessato a migliorare o ammodernare queste tavole originali, voleva riprodurle esattamente com’erano. 
“Gli hawaiani probabilmente ci hanno messo migliaia d’anni per sviluppare queste tavole. Hanno un’incredibile trim speed, disegnano fantastiche linee sull’onda… con una alaia puoi andare più veloce che con qualsiasi altro tipo di tavola, e c’è qualcosa di intrinsecamente bello in tutto ciò, da un punto di vista del design, per me.”  
Joske sottolinea un punto fondamentale, ovvero che nessuno sa con certezza per quanto tempo gli hawaiani si siano occupati delle alaia. Potenzialmente, decine di generazioni potrebbero aver lavorato per arrivare a quel risultato finale. Facendo un paragone, le tavole da surf dei tempi nostri non hanno neanche raggiunto la pubertà.  
Yvon Chouinard, fondatore della Patagonia e surfista accanito, cita spesso l’aviatore francese Antoine de Saint Exupéry quando parla di design: “In qualsiasi cosa, si raggiunge la perfezione non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere”. 
Ma questo principio fondamentale del design significa che non vi è tavola più perfetta o più altamente rifinita di una alaia? Sicuramente se parliamo di velocità e utilizzo dell’energia dell’onda, questo è indiscutibile. 
Probabilmente il più fervido e conosciuto sostenitore delle alaia è il freesurfer Dave ‘Rasta’ Rastovich. Avendo surfato con molte tavole in legno, la scelta di Wegener è caduta su Rasta, che è stato uno dei primi surfisti a testare le sue tavole, un piacere che è stato più che mai contento di fare.   
“Quando penso alle alaia, sento di dover essere molto semplice, delicato e sensibile. La maggior parte delle tavole con pinne le puoi ‘dominare’ e sentirti forte e potente. Ma quando sali su una alaia, o qualsiasi altra tavola senza pinne, devi semplicemente calmarti, cosa che è estremamente difficile per molti di noi perché con quelle tavole devi solo rilassarti. Più delicato sei, più reattiva sarà la tavola.”
Dave Rastovich ha praticamente fatto di più di chiunque altro per lo sviluppo dell’alaia surfing. 
“Parlavo con Harrison Roach e lui mi diceva quanto siano fantastiche queste tavole nel senso che eguagliano la velocità dell’onda. Quello era un punto veramente importante, ovvero che tu trovi un equilibrio, sei in armonia con l’onda.” 
Ma queste non sono le uniche differenze rispetto alle altre tavole. Diversi anni fa, Rasta e Wegener notarono una peculiarità di queste tavole, che va contro ogni pensiero logico. Rasta spiega: “Stavamo guardando un video in cui surfavo a Noosa e abbiamo sbroccato perché quando entravo nel cavo la tavola diventava convessa, cioè si piegava verso il basso e non verso l’alto come un rocker normale. E poi, quando surfavo sulle parti piatte, diventava concava, quindi spingeva e teneva il rail. E’ un pezzo di legno molto dinamico.”       
“Gli elementi che fanno andare bene una alaia” aggiunge Wegener, “sono gli stessi che fanno andare male una tavola con le pinne. Per esempio, una tavola con pinne più lunga è solitamente più facile per surfare e prendere le onde, mentre se parliamo di alaia, più lunga è la tavola, più difficile sarà prendere le onde. Stessa cosa se prendiamo una tavola in schiuma, più spessa è la tavola e più facile sarà prendere le onde, mentre con una alaia, più fina è la tavola… quindi è tutto al contrario”.     





Dal punto di vista di un surfista, la alaia è una sfida non solo per le proprie capacità surfistiche ma anche per il concetto del surf stesso. La maggior parte delle tavole da surf contano principalmente sulle pinne per la manovrabilità, aiutate, per così dire, dal rail. Senza le pinne, un surfista dipende esclusivamente dal rail. Quando vuoi aggiustare la tua traiettoria sull’onda normalmente sposti il peso sul back foot, roteando sulle anche per cambiare la direzione della tavola. Con una alaia, invece, devi fare pressione sul rail esterno, scivolando lateralmente quando discendi l’onda.        
Vivendo e surfando vicino a Tom Wegener, Harrison Roach è stato un testimone della scoperta e dello sviluppo della alaia durante le sue fasi formative. Attualmente è uno dei migliori e più affezionati praticanti del finless surfing.  
“Non posso neanche paragonare le due cose” dice Roach. “E’ quasi più come fare snowboard che surf. Si tratta certamente di surf, ma semplicemente disegno linee diverse, è quasi come surfare con una shortboard contro un longboard.”
“Togliere le pinne da una tavola e basta è diverso, ma quando hai un pezzo di legno che funziona bene come abbiamo scoperto che funzionano le alaia dire che si tratta dell’ultimate design è un argomento più che valido. So che non è perfetto, ma riuscire a spingere oltre i limiti di una forma di surf come siamo riusciti a fare con le alaia è follia… almeno una volta a session mi dico ‘come cavolo ha fatto quella tavola a fare quella cosa?’ La guardi da un punto di vista diverso perché non sei sicuro di come guardarla. Non sei sicuro di quello che puoi o non puoi fare, mentre con una shortboard, ci sono ragazzi che hanno già fatto tutto.” 
A 1.900 chilometri di distanza, le alaia fanno scalpore anche in una sottosezione della comunità surfistica. Jarrah Lynch sta sperimentando delle alaia sulle onde più veloci e ripide del Southern Australia, con lo stesso successo.  
“Potresti dire che è solo un’asse di legno, ma in realtà ha parti concave, i rails sono rifiniti e progettati e lo stesso vale per lo shape; tutto ciò fa una grande differenza in termini di velocità e di quello che puoi fare con queste tavole.”
“Surfare con una alaia ti aiuta moltissimo anche con il surf con le pinne, perché ti costringe a usare i rail. Quando riprendi la tua shortboard ti senti molto meglio perché finalmente usi i rail come dovresti e non ti basi solamente sulle pinne. Quindi surfare con una alaia ti fa sicuramente migliorare il tuo surf con le tavole normali”.   
Sage Joske si è fatto influenzare completamente dalle alaia, a 360 gradi, emulando alcuni aspetti della tavola finless e riproducendola in poliuretano e vetroresina. Unendo elementi della alaia con elementi del fish, Sage ha creato ciò che ha chiamato The Vector.  

Sage e la sua creazione ibrida, The Vector.
“Quello che mi ha spinto a creare il mio alaia/fish ibrido è stata principalmente la voglia  di applicare il rail double-edged square ad una tavola in schiuma. La tavola ha lo shape di una alaia, il bottom roll ma alcune delle strutture di controllo del fish. Ha un fish swallow, un leggerissimo rocker e keels lunghi otto pollici ma spessi solo un pollice e un quarto, quindi fanno pochissima resistenza ma ti danno giusto quel poco di direzionalità che serve.      
“Pensavo che l’avrei fatta e che poi ci avrei surfato per qualche mese ma che non sarebbe andata granché bene. In realtà mi ci sono divertito così tanto che alla fine ne ho fatto un modello e penso che diventerà una tavola molto popolare. Penso che per me sia stato un passo logico perché, venendo da un passato fatto di schiuma e vetroresina, mi aiuta a capire meglio gli elementi della alaia. Sono abbastanza cauto nell’usare parole come  ‘bene’ e ‘meglio’… Con The Vector ci sono alcune onde che sono veramente difficili da surfare mentre altre sono molto più facili. Disegni linee completamente diverse sull’onda e ti da un’esperienza veramente unica.”        
Uno dei principali membri della comunità del finless surfing, certamente del mondo della schiuma e della vetroresina, è Derek Hynd. A differenza dei suoi fratelli appassionati di tavole in legno, le tavole di Hynd sono quasi esclusivamente create con materiali moderni – poliuretano, vetroresina e resina poliestere. Il suo passato, diversamente dai suoi diversificati stili odierni, ruotava fermamente intorno al world pro tour. Arrivato 7° al mondo lui stesso, ha continuato allenando diversi futuri atleti, tra cui anche l’ex campione mondiale Mark Occhilupo. A prima vista potrebbe sembrare un improbabile sostenitore dei più alternativi metodi surfistici ma una situazione di sovra-saturazione della commercializzazione gli ha aperto gli occhi ulteriormente ad una forma più pura dello sliding.         
“Anche quando allenavo un certo numero di surfisti per il tour non apprezzavo quello che dovevano fare in acqua per vincere le heat. Penso che aver incontrato Skip Frye all’inizio della storia sia stato determinante per convincermi che era tutto nel glide e non nello ‘spasmo’”.     
La disillusione portò Hynd a sperimentare, prima con tavole a cui aveva tolto le pinne e poi con bodyboard (o belly board) riadattati come finless quiver.
“A mio figlio vennero dati nove bodyboard da Shaun Rosen [bodyboarder sudafricano]. Avevano tutti più o meno le stesse dimensioni e io ho pensato… era la perfetta occasione per sperimentare veramente il potenziale del finless surfing modificando il bottom e i rail di ogni tavola, l’una indipendentemente dall’altra, in modo tale da poter avere una buona idea dei pro e contro dei vari shape.”   
Questo ha messo Hynd nella posizione di poter esplorare le caratteristiche e i miglioramenti delle tavole senza pinne, modificando ogni tavola dopo averla confrontata direttamente con ogni altra.
Ma mentre questo gli ha permesso di produrre tavole molto adatte ai beach break, i design per tavole adatte alle onde più lunghe dei point break sono rimasti solo un’illusione.    
“Un paio di quelle tavole che pensavo sarebbero andate bene a Jeffrey’s Bay sono andate talmente male che non ho mai apprezzato tanto il wipe out. Con ogni batosta diventavo sempre più determinato a rientrare in acqua e a creare qualcosa che funzionasse bene down the line a J-Bay.”   
La direzione in cui è andato Hynd nella storia del finless surfing è completamente diversa da quella in cui è andato Wegener, Joske ed altri, ancora di più se parliamo della scelta dei materiali. Da un lato abbiamo Wegener, intento a riscoprire e migliorare, ma pur sempre emulando i primi design hawaiani.     

Derek Hynd porta il finless surfing nel mondo della schiuma e della vetroresina.  
Dall’altro lato abbiamo Hynd, che è stato all’apice delle attrezzature più altamente performanti per poi andare oltre, facendo il passo successivo, anche se questo può essere considerato un passo inefficace o inappropriato per il forum dei contest.  
Prontamente sottolinea come il surf di Sage Joske sia la rappresentazione definitiva di questo aspetto del viaggio finless: 
“Nessuno ci surfa allo stesso modo,” dice. “Questo dev’essere stato il surf di prima della guerra [la Seconda Guerra Mondiale] quando c’erano un sacco di cambiamenti in corso in termini di design, e le persone cercavano di adattarsi ad una nuova frontiera, quando nulla rappresentava necessariamente un fallimento e le persone riuscivano a far funzionare qualsiasi tipo di tavola con cui surfassero. Quindi c’è un ampio spazio aperto davanti a noi.”      
“Prendi Sage, per esempio. Le sue capacità rappresentano uno dei più particolari approcci al surf che io abbia mai visto, data la sua incredibile unicità. E’ completamente diverso da Tom e dalla sua provenienza. Tom è così puro nella sua tecnica tradizionale. Sage invece ha lo stesso stile tradizionale ma è anche consciamente alla ricerca di un pensiero trasversale riguardo il modo migliore per farlo funzionare in termini di performance. Sia che si tratti di un quattro pinne o una alaia, collocherei Sage all’apice assoluto.”       
“Il legame con gli elementi naturali sembra più forte quando sei sull’onda giusta e surfi finless. Togliendo le pinne, tutto a un tratto, non sai più con certezza dove finirà l’onda, come si evolverà o come il surfista surferà l’onda. Secondo per secondo ti trovi davanti a nuovi, interessanti elementi. Quindi sei forzato a pensare velocemente, ma dall’altro lato delle cose, più che essere il surfista a dettare ordini alla natura, è la natura stessa a dirigere la situazione e a decidere come andrà a finire. E’ quasi un abbraccio, più che un dominio.”  
Non si può negare che il finless surfing sia completamente diverso dal surf tradizionale. Tuttavia, quello che affermano tutti i praticanti del finless surfing è che rappresenta un’esperienza unica per il surfista. La natura intrinseca di queste tavole avvicina il surfista alla natura, rendendolo incapace di combatterla o resisterle, come si fa su una tavola con pinne, e costringendolo invece a unirsi con l’energia dell’oceano e ad utilizzarla nella sua surfata. 
L’ispirazione e la stessa essenza del design delle alaia può avere una provenienza nostalgica, ma la pratica del surf con queste tavole antiche è, almeno per alcuni aspetti, l’ultima fase dell’evoluzione del surf. 
Hynd lo attribuisce ad un elemento fondamentale dello sviluppo produttivo: il tempo. “Dai tempi di Bob [McTavish], la mia teoria è che, tra il 1967 e il thruster, nessuno, ad eccezione di The Bonzer ed del localizzato Lis Fish, ha mai dedicato abbastanza tempo, più di sei mesi, ad un design prima di passare ad un altro. Se non ci metti tempo, tecnicamente, non riceverai alcuna risposta. Se puoi dedicare tempo ad un tipo di attrezzatura, ecco la risposta alla tua domanda tecnica.”      
“E’ una frontiera talmente aperta che puoi far funzionare qualsiasi cosa se quell’elemento tecnico fondamentale, il tempo, diventa il tuo miglior amico.” 
Quindi, le tavole senza pinne, sia che partiamo dal Bishop Museum o dal tunnel del vento della NASA, rappresentano in ogni caso una valida alternativa per la comunità surfistica, alla stregua dei più avanzati thruster.    
A volte l’unico modo per andare avanti è prima tornare indietro. Come riassume Tom Wegener: 
“E’ il surf più avanzato di tutti. E’ un tipo di surf che è molto più tecnico, molto più difficile e avanzato del surf normale con le pinne.”



Traduzione a cura di B. Ferri
Fonte: http://www.patagonia.com.au/journal/?p=190






05/01/11

SHARK el Sheik o una grande piscina senza squali?




Era dagli attentati del Luglio 2005 che la tranquilla meta turistica di Sharm el Sheikh, sul Mar Rosso, non riceveva così tanta attenzione nella cronaca mondiale. In queste ultime settimane si è tornato a parlare di Sharm. Ancora una volta per fatti spiacevoli, purtroppo: una serie di incidenti senza precedenti. Questa volta niente bombe, ma uno squalo che ha morso alcuni bagnanti.
Giornalisti e televisioni, incuranti di dare notizie corrette al loro pubblico, interessati invece al sensazionalismo che evoca il morso da parte di uno squalo, sono arrivati a dire che un grande squalo bianco assassino sta terrorizzando Sharm. Peccato che lo squalo bianco, Charcharodon carcharias, viva prevalentemente in acque fredde e, ad oggi, non sia mai stato avvistato in Mar Rosso.

Rivediamo l’accaduto in ordine cronologico.
20 Ottobre: villaggio Sharm Club. Primo incontro con uno squalo longimano adulto, Charcharodon longimanus, che è stato fotografato mentre nuotava vicino alla costa.  
Primo avvistamento _ Foto di OnlyOne ApneaCenter
Una testimone oculare ha raccontato che una bagnante, in acqua vicino al pontile del villaggio, aveva iniziato ad urlare. Dalla riva pareva che la bagnante fosse in acqua con le pinne aperte che emergevano dalla superficie dell’acqua. In realtà la bagnante era in acqua senza pinne né maschera. Le pinne che aveva visto la signora dalla riva erano la dorsale e la caudale del longimano. Fortunatamente, la bagnante ha riportato solo una ferita circolare lieve, probabilmente neanche da morso ma da sfioramento, e se l’è cavata con qualche punto e un grande spavento. C’è da dire che non era la prima volta che uno squalo longimano si aggirava curioso dalle parti della piattaforma usata dagli apneisti per allenarsi, era stato visto varie volte ma non si era mai avvicinato tanto alle persone in acqua.
Per non creare panico, l’incidente non è stato diffuso, anche se a Sharm da sempre le voci girano veloci e la notizia è circolata lo stesso.

30 Novembre, più di un mese più tardi: uno squalo morde 3 diverse persone nello stesso giorno. Le autorità danno la colpa ad un unico longimano adulto di circa 2 metri e mezzo, fotografato da un subacqueo al Coral Bay.  
Longimano responsabile dell'attacco al coral bay, ha una cicatrice semicircolare (sembrerebbe di un morso) sulla pinna caudale _ Foto di Fabio Casarotti
Tutti gli incidenti hanno avuto luogo lungo il punto di costa che va dal resort del Coral Bay, dove è stata morsa una donna russa, fino alla punta di Ras Nasrani, una distanza di una decina di chilometri. 


Nei diversi incidenti, sono stati feriti gravemente 3 turisti russi, di cui 2 uomini e una donna, che sono stati trasportati d’urgenza in una struttura ospedaliera del Cairo.
Questa volta, le Autorità egiziane si sono mosse, in preda al panico, vista la situazione senza precedenti.
1 Dicembre: sono state chiuse tutte le spiagge e vietati gli sport acquatici di ogni genere; anche le immersioni e le attività snorkeling sono state vietate dappertutto, con la sola eccezione della zona del Parco Marino di Ras Mohamed. Nottetempo è iniziata la caccia allo squalo. Barche del Parco Marino hanno pasturato, cioè gettato in mare enormi quantità di sangue e resti di pesce per attirare gli squali. Fonti ufficiali hanno riferito di aver ucciso 2 squali, un mako e un longimano, additati subito come i responsabili degli incidenti. 



In realtà qualche giorno dopo l’autopsia è emerso che i 2 squali uccisi erano innocenti. Uccisi inutilmente.
4 Dicembre: le spiagge vengono riaperte, dopo una serie di immersioni effettuate dalle autorità per assicurarsi che tutto fosse tranquillo.
5 Dicembre: un’anziana turista tedesca viene morsa da un longimano mentre nuota davanti all’albergo Hyatt. La signora muore per le gravissime ferite riportate. Testimoni oculari riferiscono che, prima dell’incidente, alcuni turisti avevano gettato cibo in acqua, richiamando una moltitudine di pesci di barriera per fare delle foto. In Mar Rosso vige ovunque il divieto di dar da mangiare ai pesci, ma purtroppo sempre più spesso tale divieto non viene rispettato. Ci sono alberghi che arrivano a dare ai loro ospiti delle “fish bags”, cioè delle buste con avanzi di cibo da gettare in acqua per attirare i pesci. Prima di dar da mangiare ai pesci sarebbe saggio pensare che i pesci piccoli attirano i pesci grossi. Questa è la legge della natura.
Le barche col fondo di vetro buttano usualmente cibo in acqua per essere attorniate da miriadi di pesci colorati da far vedere ai turisti.  Nessuno fa niente per impedirlo per non rovinare il loro discutibile business.

Sempre il 5 Dicembre le spiagge vengono nuovamente chiuse, le immersioni, lo snorkeling e gli sport acquatici vietati. Vengono invitati a Sharm diversi esperti di squali di fama internazionale per capire le cause di questo comportamento assolutamente atipico dello squalo o degli squali in questione.
8-28 Dicembre: le immersioni, lo snorkeling e gli sport acquatici sono permessi seguendo una lunga serie di regole per garantirne la sicurezza, seguendo il consiglio degli esperti internazionali in materia di squali.
Si parla di reti di sicurezza, ipotesi inattuabile perché possibile solo in presenza di fondali sabbiosi poco profondi e senza corrente. Il Mar Rosso arriva ad una profondità massima di 2600 metri, presenta forti correnti e reef a strapiombo che arrivano dalla superficie fino a centinaia di metri di profondità. Si parla di torrette di avvistamento per le spiagge degli alberghi, e in ultimo di un sistema di boe che emetterebbero onde elettromagnetiche per allontanare gli squali e le razze dalla costa dove sorgono le strutture alberghiere. In pratica si trasformerebbe così la costa di Sharm in un’enorme piscina senza squali né razze. Non basterebbe invece educare i turisti che entrano in acqua a rispettare l’ambiente marino e le sue regole?

Dieci anni fa, Sharm era prevalentemente meta di subacquei, perlopiù abituati a rispettare l’ambiente in cui si immergono.
Oggi Sharm è meta di turismo di massa. Costa poco e purtroppo sempre più persone vengono qui per una settimana senza sapere nulla del delicato ecosistema marino del Mar Rosso e dei danni che provoca la loro ignoranza. Per compiacere il mercato turistico, si preferisce dunque trasformare il Mar Rosso in un gigantesco acquario a cielo aperto? Pare di si.
Fonti non ufficiali riferiscono che la caccia non si sarebbe conclusa con l’uccisione dei 2 squali all’inizio di Dicembre, ma che ad oggi sono stati uccisi almeno 8 esemplari di specie diverse di squalo, incluso uno squalo nutrice, non considerato neanche potenzialmente pericoloso per l’uomo. Perché?
L’HEPCA, Hurghada Environmental Protection and Conservation Association, infuria senza mezzi termini contro l’uccisione indiscriminata degli squali di Sharm el Sheikh. Dal 2006, la legge egiziana vieta la cattura, l’uccisione e la vendita di squali. Così come vieta la pesca, ad eccezione di alcuni periodi prestabiliti ed al di fuori dei parchi marini. Sempre più frequentemente si osservano barche di pescatori di frodo che si allontanano dai siti di immersione alle prime luci dell’alba, dopo aver pescato illegalmente senza sosta tutta la notte. Anno dopo anno facendo immersioni nei parchi marini di Sharm ci si rende conto delle conseguenze di questa pesca selvaggia: c’è sempre meno pesce in acqua.
Il Direttore del Protettorato del South Sinai, perlopiù Dottore in Biologia Marina, si è difeso dalle accuse dell’HEPCA dicendo che l’uccisione indiscriminata di squali rientra in un processo di shark assessment, o “valutazione”, riconosciuto scientificamente. Tale “valutazione” comporta l’esame delle interiora degli squali in questione e quindi l’uccisione di tutti gli esemplari catturati. Il brillante biologo, dopo aver esaminato le interiora degli squali uccisi per una decina di giorni, si è spinto ad una ridicola conclusione: in Mar Rosso, a suo dire, sarebbe presente un “surplus” di squali. Per chi non lo sapesse, a livello globale tantissime specie di squalo sono protette e alcune addirittura in via di estinzione. Chi poi avesse fatto immersioni qui a Sharm sa che non è affatto facile né usuale incontrare queste splendide creature sott’acqua, quindi la domanda sorge spontanea: come si può dichiarare che nelle acque di Sharm sia presente un “surplus” di squali?

Quali sono state le cause di questo comportamento anomalo degli squali?
Iniziamo col dire che nessuno squalo attacca volutamente un essere umano. Gli squali non mangiano le persone. La nostra carne non ha un sapore che piace agli squali. Il morso, se accade, è un modo di capire cosa siamo. Infatti, se uno squalo morde una persona accidentalmente, lascia poi la presa. Non ci mangia perché non siamo le sue prede usuali. Tutti gli incidenti sono provocati da comportamenti umani errati, spesso inconsapevoli. Quando entriamo in mare dobbiamo sempre tenere a mente che varchiamo la soglia di un ambiente che non è il nostro. La possibilità, anche se remota di incontrare uno squalo esiste e siamo noi che dobbiamo capire come interagire con queste creature, che sono in cima alla catena alimentare del mondo marino da milioni di anni, non cacciarli via dal loro habitat naturale.

La causa principale degli incidenti verificatisi a Sharm è ormai risaputa ed è, come sempre, da ricercare in un comportamento umano errato. A fine Novembre, periodo della festa musulmana del sacrificio, l’Eid, l’equipaggio di una nave cargo ha gettato in mare oltre mille carcasse di montoni e pecore, pensando erroneamente che sarebbero andate a fondo. Le carcasse si sono invece gonfiate d’acqua, galleggiando in superficie trasportate dalle correnti.
Carcassa di pecora... apparentemente un cargo ha scaricato in mare centinaia di carcasse dopo la festa musulmana dell'Eid... pare che questo abbia attirato gli squali...

Gli squali sono gli spazzini del mare, e sono stati attirati dalle carcasse in putrefazione. Le correnti hanno trasportato le carcasse e gli squali verso la costa. Un’eccessiva abbondanza di cibo in acqua può provocare un comportamento definito in ecologia come “frenesia alimentare”, un’alimentazione rapida e incontrollata, che porta uno squalo, ad esempio, a mordere alla cieca qualsiasi cosa si trovi alla sua portata, anche altri squali o una persona che si frapponga fra lui e il cibo. Un comportamento assolutamente comprensibile. Allora perché a far le spese di un errore umano sono ancora una volta il mare e le sue creature?

Curiosità sugli squali:
-Tra le circa 500 specie conosciute di squalo, solo 4 sono ritenute potenzialmente pericolose per l’uomo: il grande squalo bianco, lo squalo longimano, lo squalo tigre e lo squalo dello Zambesi.
- Uno squalo mangia solo 1 kg e mezzo di pesce 3 volte alla settimana.
- Quanto sono pericolosi gli squali? 100 milioni a 1, questa è la proporzione di uccisioni squali/uomini nel 2007; per ogni uomo ucciso da uno squalo l'uomo uccide 100 milioni di squali.

Per saperne di più su questi meravigliosi padroni del mare, per sapere come comportarsi se vi capita di interagire con loro, prendete qualche minuto per guardare questo video eccezionale: fa davvero riflettere. Buona visione.  


P.S. Una buona notizia: Il Governatore del Sinai in data 2 Gennaio 2011 ha dichiarato di aver deciso di non accettare l’installazione dei cosiddetti scudi anti-squalo in quanto non ci sono prove scientifiche del loro effettivo funzionamento. Gli squali del Mar Rosso ringraziano.


Articolo di Barbara Ferri.

Barbara Ferri nasce sotto il segno dei pesci da padre Ufficiale della Marina e madre giramondo. Approda a Sharm El Sheikh nel 1999 dove, stregata dalle meraviglie sommerse, tuttora dedica la sua vita alle riprese subacquee. Laureata in scrittura creativa e scrittrice di narrativa.

 www.greenoceansurfing.com



09/12/10

Intervista ad Alessandro Dini: surf, sup, futuro....



Anche in Italia si sta espandendo la popolarità dello Stand Up Paddling, uno sport di origini lontanissime che, con vicende alterne, è ormai una realtà concreta in tutto il mondo. La tavola con pagaia praticata su acqua piatta o fra le onde. L’Associazione Internazionale Surf ISA, che regolamenta lo svolgersi di ogni attività ufficiale legata al surf, ed ora anche al SUP, ha iniziato a creare una rete di istruttori che possano dare i primi rudimenti di questo sport in crescente sviluppo. Da pochissimo a Viareggio si è svolto il primo corso ufficiale di istruttori SUP in Italia, officiato da una figura storica del surf italiano: Alessandro Dini, referente per l’Italia della ISA. Per l’occasione gli abbiamo rivolte qualche domanda a cui lui ha risposto con assoluta disponibilità e sincerità.


Ciao Alessandro, per quanto è dato di sapere tu sei certamente uno dei mattoni delle fondamenta del surf…. Italia Wave Surf Team, Natural Surf, istruttore, referente ISA, insomma hai visto nascere il surf da onda come realtà in un paese in cui pochi l’avrebbero creduto; concedici 2 battute su questo argomento: come vedi il futuro del surf nel nostro paese?
Roseo a lungo termine, ma dobbiamo superare questo momento dove non abbiamo una federazione riconosciuta dal nostro Comitato Olimpico Nazionale (CONI). Il braccio di ferro tra le due associazioni esistenti non permette uno sviluppo adeguato e in linea con quanto avviene negli altri paesi europei e mondiali.

Fra non molto ci sarà il congresso nazionale del surf, cosa credi che ne verrà fuori e cosa speri in cuor tuo che ne venga fuori?
Un conto è cosa spero, un conto è constatare la mancanza di volontà di unirsi o di andare ad elezioni con regole chiare tra le due associazioni, Mi auguro solo di non venire attaccato come avvenuto recentemente da parte di Surfing Italia, solo perché ribadisco la mia equidistanza dalle due associazioni, come giustamente mi richiede l’ISA. 


Ok, veniamo allo stand up paddle…Da poco si è concluso il primo corso di istruttori sup italiano riconosciuto ISA di cui tu stesso sei stato promotore e relatore, la partecipazione è stata veramente numerosa… Te l’aspettavi?
Si, ma non mi aspettavo che ci fossero quasi tutti i più noti esponenti del panorama nazionale.

Come hai detto, al corso c’erano alcuni fra i più forti atleti del sup (Gasbarro, Guglielmetti, Capparella, Onofri….) anche grazie a loro non è stato solo un corso istruttori, ma un vero e proprio confronto su tecnica e esperienze. Tu cosa pensi in proposito, fu così anche per il surf?
No! I surfisti che parteciparono ai corsi (ben nove!) ISA Livello 1, non hanno mai sentito il bisogno di confrontare le proprie tecniche proprio perché il surf, rispetto al sup, è uno sport dove l’atleta usa molto l’istinto e adatta molto la tecnica alle proprie caratteristiche fisiche e al suo modo di interpretare, e quindi surfare, l’onda. Il sup, soprattutto la pagaiata, sembra più “codificabile”. E poi, lo sport è più giovane e quindi non è stato ancora accettato un unico modo di pagaiare o di eseguire altre abilità e quindi si aprono degli interessanti scambi di opinioni e punti di vista tra canoisti e suppisti, come abbiamo visto durante il corso.

Fabrizio Gasbarro (campione italiano sup-race) durante il workshop

Il sup, ora come ora, nel mondo è una realtà concreta e l’interesse di atleti e pubblico cresce di giorno in giorno. In Italia siamo un po’ in ritardo, forse, nonostante sia uno sport che effettivamente  copre un’ampissima gamma di persone ( dall’amante delle onde, all’escursionista della domenica, alla donna interessata al lato fitness…). Quale credi che sarà il futuro del sup italiano?
Come tutti dicono, credo che il sup su acqua piatta (flat water) sarà assai più praticato rispetto al sup sulle onde, e che l’aspetto “fitness” rappresenta un grosso potenziale per la crescita del SUP, ma per il resto non mi voglio sbilanciare: ho detto chiaramente che sono e rimango un surfista da onda e il sup, che pure pratico sulle onde, non è il mio “core” sport. Posso solo dire che l’ ISA crede molto nel suo sviluppo in Italia e non è escluso un mondiale ISA Sup in Italia, in un prossimo futuro.

Alla luce di tutte le esperienze vissute nel mondo del surf, degli errori e dei successi fatti durante la giovane vita del surf italiano, tu, che sicuramente conosci tutti i retroscena, quale consigli potresti dare a coloro i quali vogliono promuovere questo nuovo sport di tavola e pagaia?
Di fare le cose con cuore e passione e di unire il movimento, permettendo a chiunque voglia dare il suo contributo alla crescita dello sport, di farlo. Una forma di guadagno, per chi si sbatte, è giusto che ci sia, ma tutto deve rientrare in una struttura riconosciuta, controllata, dove è chiaro “chi fa cosa” e, nel caso, “chi prende cosa”. Ruoli chiari, trasparenza, coerenza.


Come vedi la convivenza fra surfers e suppers?
Uno dei motivi per cui ritengo sensato condizionare la partecipazione al corso SUP ad una previa partecipazione al corso SURF Level 1, è proprio perché nel modulo Surf si trattano le regole di rispetto, precedenze, interferenze e tutta la cosiddetta “surfing Etiquette” che è alla base di una pacifica convivenza sulla line-up. A secondo della natura dello spot, la coesistenza tra surfers e suppers può rivelarsi più o meno facile, ma credo che sia “fisiologico” un periodo di rodaggio nel quale spero prevalga l’intelligenza e la tolleranza. In posti come la Versilia, credo che il Sup non si svilupperà più di tanto perché c’è una grossa tradizione surfistica e non prevedo degli sviluppi significativi per la tavola con pagaia.

Come mai secondo te il sup ha avuto più successo fra canoisti e windsurfisti che fra surfisti da onda? Solo per il fatto di avere le mani impegnate? Nelle onde l’istinto non è lo stesso?
Beh, non farmi inimicare gli amici del Sup, ma per me, che ho sempre fatto surf da onda, il Sup rimane un modo ottimo di tenermi allenato quando non ci sono onde o sono poco surfabili con la tavola normale. Personalmente, niente mi appaga di più di prendere un’onda a “braccio” e di surfarla con una shortboard o una longboard. Credo che la maggior parte dei surfisti la pensino come me, e poi bisogna considerare il fatto che molti ragazzini partono da casa in motorino, con la tavola sottobraccio e schizzano in acqua senza preoccuparsi di attrezzature troppo ingombranti: anche questo senso di immediata fruibilità e libertà fa parte dello spirito del surfista da onda.

Sup: flat water o surf o white water o fitness…. potresti andare al mare, al lago, sul fiume, fra le onde con una sola tavola… Non ti pare una realtà virtualmente dilagante?
Certo, è proprio per questo che l’ISA si sta impegnando molto per diffondere i corsi Istruttori Sup in tutto il mondo.


Noi siamo convinti che il sup come il surf o qualunque attività marina possa anche essere un mezzo utilissimo per avvicinare le persone al mare e sentire il rispetto dell’ambiente veramente nel proprio intimo. Per questo pensiamo che sia fondamentale promuovere questi sport partendo dal basso, dalla base, in modo semplice e accessibile a tutti. Un surfista non è il primo a sentire questa necessità di tutelare la natura?
Il Sup è strettamente legato alle radici del surf da onda, nasce in Polinesia e tutti sappiamo quanto la protezione ed il rispetto del mare sia atavicamente presente tra gli abitanti del Pacifico, Hawaii in primis. Gli Istruttori ISA sono i primi ambasciatori nella tutela dell’ambiente marino e coi loro messaggi e i loro gesti rappresentano un’esempio per i loro allievi, futuri surfers o suppers.

Il mare è fonte di vita 365 giorni l’anno. Cosa altro si potrebbe fare per avvicinare le persone al mare, al di là delle sdraie e degli ombrelloni estivi?
Molto, ma io credo che noi surfisti (e suppers) stiamo già facendo molto per questa causa. Anche altre realtà che traggono il loro sostentamento dal mare, (come i sub) fanno la loro parte per far avvicinare alle bellezze del mare un vasto pubblico.
Alessandro Onofri (campione italiano sup-wave) durante le prove in acqua

Vuoi dare un consiglio a tutti coloro che stanno per entrare nel mondo degli sport vicini al mare?
Beh, la risposta è scontata: avvicinarsi agli sport su tavola rivolgendosi a scuole ed istruttori qualificati, in possesso del brevetto ISA, che sono in grado di far provare un’esperienza sicura e divertente. Avvicinarsi a questi sport da autodidatta o tramite figure inesperte o non professionali può riservare spiacevoli sorprese.

Ok, grazie Alessandro per la tua disponibilità… a presto in acqua!
Grazie e voi di Green Ocean, state facendo un’ottimo lavoro!



Foto gentilmente concesse da supmania.it

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